
Autore : Giuseppe Manfridi
Prefazione :
Codice : 978-88-6041-109-9
Edizione : 1
Pagine: 260
Disponibilità: DISPONIBILE
Un emozionante excursus di una carriera sportiva e di una esperienza umana straordinaria, riletti passo a passo dall'autore, assieme al portiere italiano più grande di tutti i tempi. Aneddoti e confessioni mai pubblicate prima. Una storia sportiva che è di per sé la metafora di ciò che di più bello ed emozionante può esprimere il calcio.
Già, perché Dino Zoff, vincente da subito e per sempre, al culmine di trofei innumerevoli, il suo capolavoro sportivo lo realizzò quarantenne, in Spagna, conducendo da capitano la Nazionale azzurra alla conquista della sua terza Coppa del Mondo. Forse la più clamorosa e amata. Quattro anni prima sempre lui, in Argentina, aveva dovuto reagire alle critiche di chi lo volle giubilare come troppo anziano, e se in quel tempo Zoff avesse abbandonato il calcio giocato si sarebbero comunque levate odi a una carriera luminosa. Così non fu, e quel che accadde in seguito si iscrive, sia pure nella straordinaria estensione di un quadriennio, nel novero delle più grandi imprese agonistiche di ogni epoca, al pari del record nei 200 di Mennea e del mitico secondo gol di Maradona agli inglesi nell'86. Una vittoria incredibile, ottenuta davvero contro tutti, soprattutto la stampa dell'epoca.
“Come scendevamo in campo per allenarci, cominciavano a insultarci. – ricorda Zoff nel libro - Un continuo. Ma quello che toccava a noi era il meno. Il finimondo si scatenava quando dagli spogliatoi compariva lui (Bearzot ndr.).
E nel creare questo clima di tensione asfissiante, i giornalisti ci avevano messo molto del loro. La goccia che scava il marmo. Giorno dopo giorno. Giorno dopo giorno. Scendendo anche a livelli di deontologia professionale inaccettabili(…) Ma la vera forza è stata quella di avere un condottiero. Bearzot era un condottiero. Forza morale, carisma, coraggio, onestà intellettuale, aveva tutto. Sempre in prima fila. Si mostrava ai detrattori e proclamava: “Sono qui. Che altro volete? Qualcosa non va? Avanti, eccomi!”, mentre a noi infondeva solo convinzioni. Basti pensare al lavoro che ha fatto con Paolo Rossi. è stato meraviglioso. Ha restaurato sia l'uomo che il calciatore. Ma perché si fidava di lui. Sia come uomo che come calciatore. Ma pure con me. I miei quarant'anni suonati stavano lì, sotto gli occhi di tutti. Una bella tentazione. Già in Argentina mi dicevano: trentasei anni, è vecchio, e mi avevano massacrato per quei due gol con l'Olanda, figurarsi cosa avrebbe potuto succedere adesso! In fondo, in panchina c'era Bordon, che era in gamba. Per Bearzot sarebbe stato quasi più comodo affidarsi a lui. Almeno gli interisti si sarebbero un po' calmati. L'esclusione di Beccalossi li aveva davvero inviperiti. Ma a parte la sua linea di difesa costante, lui ci faceva capire quali fossero i ruoli, e che il rispetto dei ruoli crea il gruppo. La parola cruciale è sempre questa. Gruppo. La Coppa l'ho alzata per primo io, mi toccava, ero il capitano, ma poi l'hanno alzata tutti. Secondo i ruoli”.
Giuseppe Manfridi, drammaturgo e
romanziere, ha molte volte dedicato la sua attenzione al mondo del calcio: Ultrà
testo teatrale e poi film con la regia di Ricky Tognazzi, vincitore
dell'Orso d'oro a Berlino, Teppisti!, La partitella, La
riserva. Per Limina ha scritto Epopea Ultrà (2009), premiato al
Bancarella Sport.