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IL TORNEO DEI SOGNI dal 27 gennaio in libreria
In ognuno di noi c’è una dea o un dio che ci guida, a volte salvandoci, a volte ingannandoci, come in questo Torneo dei Sogni, dove non vince il più forte, ma solo chi è protetto dalle nostre emozioni.
Maurizio Ruggeri, Paolo Rossi
Il Torneo dei sogni
Federer,
Sampras, McEnroe, Borg, Laver, Tilden...
alla ricerca del più grande
Pagine: 116
Prezzo: € 18,00
ISBN: 978-88-6041-043-6
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Nessuno può dire chi sia stato il più grande di tutti i
tempi, nemmeno Jesse Owens lo fu.
Pensare qualche nome con il sogno di incoronare il proprio
idolo, tanto per divertirsi, si può fare. Non costa nulla.
Rocky Marciano, con uno stratagemma al computer, fu
considerato più grande di Cassius Clay.
Maurizio Ruggeri Fasciani è nato a Roma nel 1956. Giornalista Rai, ha esordito come scrittore nel 1996 con Miguel y Marco (Limina), un racconto tra realtà e fantasia sul ciclismo. Tra gli altri libri pubblicati con Limina, Felice l'ultimo Tour (1997), L'indio che mise a terra il mondo (2001) su Carlos Monzon, Racconti brevi di fughe straordinarie (2004) e la seconda edizione di Felice l'ultimo Tour (2005). Per la casa editrice Montimer ha scritto Il Pirata e la rosa (1998) e Globuli rosa (1999), due diari di corsa dei drammatici Giri d'Italia di Marco Pantani. Ha collaborato con vari quotidiani e condotto trasmissioni radiofoniche. Premio Coni-Ussi per la radio e la televisione.
Paolo Rossi è, dal 1990, giornalista di ‹‹Repubblica›› dove abitualmente scrive di nuoto, sci nordico e, ovviamente, di tennis. Ha seguito le Olimpiadi di Atene 204, Torino 2006, Pechino 2008 e - dal 2004 al 2008 - la Formula Uno. Tre le sue interviste più belle: a Pelé, Mark Spitz e John McEnroe.
Non penso che qualcuno possa opporsi se definissi Bjorn Borg e John McEnroe i primi grandi esponenti dell’era moderna dello stile difensivo e offensivo, Sampras è apparso un decennio più tardi. Considerato, inoltre, che Rod Laver è stato ‹‹Genius›› quanto Mac, precedendolo di due buone decadi, e dal momento che Roger Federer è giunto al suo quindicesimo torneo Slam, unico nella storia del tennis, avendo vinto su tutte e quattro le superfici, mi prendo la responsabilità e il delicato compito di affidare a questi quattro fuoriclasse della racchetta le prime teste di serie del Torneo dei Sogni, concedendo la parte più alta del tabellone, a Rod Laver, testa di serie numero 1, quella più bassa a Roger Federer, numero 2, la testa di serie numero 3 a Bjorn Borg, e la numero 4 a John McEnroe.
Qualcuno si oppone o rifiuta questa mia personale e diÂscutibile scelta? Posso comprenderlo: dopo aver accettato a malincuore lo svolgimento di questi surreali Championships sul prato di Wimbledon, ora sarete veramente indignati di fronÂte a un simile verdetto invero personale, azzardato e fazioso, emesso dalla presunzione di tradurre la supremazia del tennis. Ma, torno a ripeterlo. It’s just a joke. Fate voi il vostro gioco e vediamo cosa esce dalla roulette: magari spuntano fuori Panatta e Noah!
Nel Centre Court già vedo Gianni Clerici , la nostra migliore penna - una quarantina di Wimbledon da inviato, e altrettanti Slam di Francia, Stati Uniti e Australia, che scuote la testa mentre Rino Tommasi, la biblioteca alessandrina del tennis e della boxe, che lo segue a ruota quanto a presenze nei circuiti mondiali, sorride dalla postazione tv, accanto all’intellettuale comacino, in segno di disaccordo, come tutti gli altri, tranne l’immortale Bud Collins, una vita sui campi, che se la ride veÂstito dei suoi mille colori, con il suo immancabile braccialetto di palline colorate al polso.
Rimangono gli altri secondi quattro migliori tennisti dal 1960 in poi, dopo Federer, Laver, Borg e McEnroe, che fin qui, nonostante il già designato seeding, se la giocheranno per il titolo senza esser troppo favoriti l’uno sull’altro e che, per arrivare alle semifinali, incontreranno nel loro cammino altri dodici avversari, visto che questa piccola follia ospiterà almeno sedici attori.
Per continuare con le teste di serie, seguendo la numero 4 di McEnroe, affiderei al braccio di Pete Sampras la testa di serie numero 5, con il senso di colpa di avergli preferito McEnroe, ma come mi confessò in radio Rino Tommasi, ‹‹genius››, pur in soli quattro anni, i primi anni Ottanta, dominò il tennis, mostrando una superiorità schiacciante sui suoi avversari, se è vero che un anno perse solo tre volte a dispetto di ottantadue vittorie. E poi era davvero incantevole vederlo all’opera, malgrado il suo disprezzo per l’umanità .
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La testa di serie numero 6 potrebbe essere di Jimmy Connors, antipatico almeno quanto Mac se non di più, numero uno dal 1974 al 1979 - nonostante le prendesse puntualmente dallo svedese sull’erba - capace di restare in piedi per un ventennio, da John Newcombe a Pete Sampras.
Tifando per Borg come per i troiani nell’Iliade, Connors mi rammenta un guerriero acheo, come Aiace Telamonio, l’eroe designato dalla sorte per combattere in singolar tenzone contro il più valoroso dei figli di Priamo, Ettore, di cui Borg veste le armi.
Se riavvolgo il nastro della mia pur sbiadita memoria, mi riÂvedo accostare la poltrona della camera da pranzo della mia casa di Prati per avvicinarmi al nonno, anche lui stregato dall’inamoÂvibilità dello svedese, e aspettare la finale al cospetto dell’ameÂricano diffusa in chiaro dalla Rai. Come ero potuto giungere a disprezzare a tal punto la furia di Connors? Erano bastati quegli atteggiamenti osceni, quando si copriva la sua parte riproduttiva con la mano dopo un colpo andato a segno, o quando richiamaÂva a sé l’avversario uncinando il suo indice come un qualsiasi teppistello? Oppure quando cancellava con la scarpa il segno della pallina caduta dentro la linea di fondocampo?
Bastava questo per rendermi James Scott Connors uno dei personaggi più odiosi e scorretti dello sport intero? O forse era solo per via di quella sua faccia da Arancia Meccanica - immagiÂnatevelo con le stesse maschere di Malcolm McDowell, ci sta un amore dentro quel branco, o con lo sguardo di Anthony Perkins in Psyco - che non sopportavo quegli stucchevoli latrati seguiti a ogni suo colpo baseline, dalla linea di fondo? Quasi quasi avrei fatto anche a lui un bel trattamento Lodovico, tanto mi era in antipatia, per ottenere lo stesso risultato dello straordinario film di Kubrick… O magari era solo una questione estetica, quella sua pelle bianca che mi restituiva qualcosa di flaccido, come le cosce debordanti di McEnroe?
Mi accorgo di essere stato un po’ troppo irriverente, se non addirittura razzista, con quel ragazzaccio di Jimbo che, nonoÂstante tutto, negli anni d’oro di Borg restava in cima al mondo - numero uno dal 1974 al 1979 - con l’impresa di aver centrato due volte l’accoppiata Wimbledon-US Open, dove solo Bill TilÂden, Don Budge e Rod Laver erano riusciti. Per di più, Connors tornò a vincere sul grass londinese ben otto anni dopo il suo primo trionfo con il trentanovenne Rosewall, quando distrusse senza pietà il Piccolo Maestro.
Anche Tilden tornò a vincere Wimbledon dopo nove priÂmavere, ma al Centre Court l’immortale Bill fu accolto come un semidio, mentre Connors, relegato al ruolo di vindice di Borg e McEnroe, come fosse un umile comprimario, non ebbe gli stessi onori del pubblico anglosassone. Troppo antipatico e privo di fair play, Jimbo non riuscì mai a scaldare gli spalti del Centrale, né il cuore del duca e della duchessa di Kent.
Ma se mettessi quell’uragano venuto dall’Illinois subito dieÂtro Pistol Pete farei un torto a Ken Rosewall, che nella sua inimitabile, eterna carriera dovette attendere undici anni per l’apertura dell’era Open nel 1968, vincendo comunque otto tornei del Grande Slam senza poterne disputare 44!, e battendo Laver più di sessanta volte, contro una settantina di sconfitte. Che ne dite?